IL PUNTO n. 1046 del 15 maggio 2026
di MARCO
ZACCHERA
Per
scrivermi o contattarmi: marco.zacchera@libero.it
Numeri
arretrati sul mio sito www.marcozacchera.it
SINTESI
Trump e
Xi si incontrano a Pechino e le due superpotenze mondiali discutono di affari e
come dividersi le ricchezze del mondo. Putin è ormai sotto l’ala cinese,
piaccia o no anche l’Europa è da 80 anni sotto l’ala degli USA. Possibile che
gli europei non capiscano l’importanza strategica di tornare a parlare con
Putin per essere in qualche modo, insieme, la “terza gamba” dello sgabella
mondiale?
In futuro
si guarderà al conflitto ucraino come alla più grossa e terribile sciocchezza
che potesse arrivare, perché Europa+Russia hanno materie prime, territorio,
tecnologia, terre rare, infrastrutture e “cervelli”… Eppure sono così idiote da
dividersi e farsi la guerra, mentre Xi e Trump fanno i loro affari e si
dividono il mondo.
PS: ecco
perché temo che alla base del conflitto in Ucraina ci sia anche lo zampino USA,
dal 2014 in poi.
IL “LODO” VANNACCI
Sempre
più lettori mi chiedono che cosa ne pensi di Vannacci e del suo movimento “Futuro
Nazionale”. Credo fosse logico che prima o poi nascesse qualcosa di simile a
riempire un vuoto elettorale che di fatto andava crescendo viste le scelte
(volute o no) del governo Meloni. Una novità che comunque potrebbe tornare
utile – ma anche potenzialmente molto pericolosa - per Giorgia Meloni.
A parte
potenziali riforme elettorali è evidente come molti elettori di destra
“classica” (ovvero quel 10/15 % dell’elettorato che nel tempo hanno sempre
votato a destra e ultimamente anche molti di più) che con la Meloni speravano
in un cambiamento più deciso della politica italiana siano rimasti
progressivamente delusi dal “continuismo” del governo rispetto a quelli
precedenti soprattutto verso l’Europa e in campo internazionale.
Parte di
questo elettorato trovano ora uno sfogo nel movimento di Vannacci e una
potenziale ragione di voto. Sicuramente, governando, la Meloni si è resa conto
di quanti fossero aleatorie molte delle sue promesse pre-elettorali e
soprattutto come i condizionamenti internazionali ed europei gravino
sull’Italia come macigni.
Oltretutto
all’inizio la Meloni doveva anche accreditarsi come partner affidabile ed ha
svolto egregiamente questo suo ruolo togliendosi di dosso il preconcetto
antifascista ma, per farlo, ha anche dovuto rinunciare – credendoci o meno - a
sue posizioni tradizionali indossando l’abito moderato.
“Riabilitata”
a livello nazionale ed internazionale era però arrivata l’ora – almeno secondo
me – di diversificarsi di più rispetto alla politica italiana del passato, ma
questa mossa non si è vista, forse anche perché le è arrivato addosso il
ciclone-Trump e la conseguente crisi energetica già drammatica come conseguenza
della guerra in Ucraina.
La Meloni
deve usare l’equilibrio per galleggiare, mentre Vannacci non ha queste necessità
strategiche, parla un linguaggio chiaro e comprensibile, conferma temi che da
sempre piacciono alla “pancia” della destra (che spesso già si ritrovavano
comunque di più nella Lega che in FdI) ed è ovvio che raccolga consensi.
Da un
certo punto di vista la sua figura può far comodo alla Meloni perché tiene
“vivi” voti che altrimenti sarebbero finiti nell’area del non-voto, ma Vannacci
rischia di diventare determinante per una sconfitta se – separandosi da una
coalizione di centro-destra – giocasse una partita solitaria contro la sinistra
visto che al centro-destra potrebbero allora mancare voti determinanti.
L’ipocrisia
domina il nostro paese: Vannacci con la Meloni verrebbe giudicato “uno
spostamento a destra” (o peggio), ma nessuno si indigna quando con Renzi o il
centro-sinistra si intruppano bene accetti anche gli estremisti di AVS: è la
“guerra delle parole” con cui la sinistra sa giocare da maestra, debitamente
sponsorizzata dai media.
Lessi a
suo tempo il libro di Vannacci trovandolo zeppo di buonsenso, di logica, ma
anche di cose ovvie e scontate (almeno per un lettore di destra) senza nessun
particolare spessore o riferimento culturale, ma indubbiamente con il coraggio
di dirle e scriverle, anche senza poi la possibilità (almeno per ora) di
metterle in pratica. Soprattutto non colsi alcuna espressione violenta o
"nostalgica".
Mi sembra
molto la Meloni del 2021 quando da “donna, cristiana, italiana, madre”
sosteneva di fatto più o meno le stesse cose, poi logorate dalla pratica
esperienza di governo.
Oggi la
Meloni infatti non ha, lo ribadisco, le mani libere: è braccata a vista da una
muta di magistrati che appena possono la bloccano su tutto, ha contro
l’intellighenzia, i salotti, i giornali di Cairo, De Benedetti & C. ed
è vivisezionata ogni giorno su La7 e TV collegate, ha spesso tra i piedi
degli impiastri di collaboratori poco furbi o poco intelligenti o comunque non
all’altezza del ruolo e – soprattutto – spesso è costretta a non poter fare
delle scelte perché impopolari, ma se anche le facesse sarebbe bloccata
dall’Europa (vedi lo scherzetto del patto di stabilità) .
Tra
l’altro se la Meloni si buttasse più a destra si ritroverebbe mezza Forza
Italia pronta ad abiurare. Stare al centro e vedere l’aria che tira è da sempre
molto, molto più conveniente e certi recenti movimenti di Marina Berlusconi
ricalcano il consueto cliché (e gli interessi) del partito-azienda.
Una
soluzione? Ricordo quando Alleanza Nazionale confluì nel “Popolo della Libertà”
facendo (con il senno di poi) un errore politico colossale e rinunciando alla
propria identità, visibilità e funzione.
Credo
così che per lo stesso bene di Vannacci, della Meloni, del governo e
soprattutto dell’Italia il centro-destra dovrebbe essere una sorta di
“federazione” dove ci sia posto per tutti, sia legittimo sostenere idee diversi
su singoli problemi (perché poi sulle grandi questioni non ci sono sostanziali
differenze) e alla fine – anche grazie a Vannacci – la Meloni di turno (ma
non vedo altri leader in giro) potrebbe governare anche in futuro con
un’alleanza più variegata, ma giustificando così anche posizioni un po' più
nette e autonome, soprattutto verso l’Europa, nella politica energetica ed
internazionale.
PUTIN E L’EUROPA
In
occasione delle celebrazioni per la vittoria nella 2° guerra mondiale ( la
“grande guerra patriottica” che costò all’URSS quasi 27 milioni di morti di cui
18 milioni di civili tra morti per cause di guerra, fame e deportazioni
rispetto – per fare un paragone – ai “soli” 320.000 soldati italiani caduti su
tutti i fronti e a circa 130.000 morti civili), Putin ha mandato al mondo un segnale
criptato con impreviste profferte di pace che – ed è qui la novità –
potrebbero vedere coinvolta direttamente l’Europa.
Nessuno
ha però capito quali siano le reali volontà di Putin e - soprattutto - quali le
basi concrete che potrebbero essere messe in campo per iniziare un negoziato
serio.
I dati di
intelligence dicono che il fronte ucraino è stabile ma che nonostante tutti gli
sforzi la Russia non sfonda, mentre la crisi iraniana sta però intanto
nuovamente riempiendo di soldi le tasche di Mosca.
Un fronte
consolidato che comunque logora, costa, anche se alla lunga la posizione più
difficile è quella di Zelensky che sopravvive solo grazie agli aiuti
occidentali, governi che però devono fronteggiare un’opinione pubblica sempre
più scettica sulla partita Ucraina e adesso è economicamente spaventata dalla
crisi iraniana.
Se le
possibilità di tregua cresceranno, come reagire? L’Europa si vede arrivare una
palla imprevista e che non sa come giocare o – meglio – come comunque
rifiutare, visto che subito ha respinto l’ipotesi di avere l’ex cancelliere
tedesco Gerhard Schroder
come mediatore e varato il 20° (ventesimo!) pacchetto di sanzioni alla Russia.
Vero che
Schroder ha contatti imprenditoriali con la Russia, ma anziché puntare a vedere
se Putin abbia davvero voglia di negoziare un accordo, la mia impressione è che
la pace non è voluta e nemmeno tentata. Forse la malizia di Putin è voler così
smascherare la debolezza europea? Ma che l’Europa sia debole lo sanno
tutti e piuttosto non facciamoci illusioni: i “falchi” europei hanno tutto
l’interesse a continuare la guerra e per la NATO (perse da tempo le sue connotazioni
“difensive”) è addirittura questione di sopravvivenza.
Di
“nuovo” c’è forse che la crisi iraniana sta appunto portando proprio l’Europa a
rimetterci più di tutti e quindi anche Bruxelles avrebbe interesse a chiudere
il fronte ucraino, non fosse perché soffre ben più degli altri il conflitto in
Iran dal punto di vista dei costi dell’approvvigionamento energetico, ma anche
di questo aspetto non si vuole parlarne, perché bisognerebbe ammettere
l’utilità di riaprire rapporti energetici con Mosca.
Certo, se
Putin si accontentasse della parte di Donbass già a sue mani probabilmente ad
un accordo ci si potrebbe arrivare relativamente alla svelta, se insistesse
invece a chiedere altri territori difficile che l’Ucraina accetti di cederli
“gratis”, anche se alla fine dovesse “ob orto collo” accettare un eventuale
accordo sulla propria testa, visto che è la parte più debole di tutte. Ipotesi:
cominciamo con una tregua reciproca e significativa visto che non c’è nulla di
più definitivo del provvisorio, ma gli europei si facciano sentire con i loro
governanti: non si può solo dire di “no” per quanto Putin possa essere in torto
o antipatico. Per far crescere una speranza di pace bisogna crederci, ma con
sincerità mentre l’Europa non sembra volerla e neppure cercarla.
CASO MINETTI
Per
favore non dimentichiamo il “caso Minetti”
perché non se ne parla più nonostante le prime pagine dei giornali nei
primi giorni, le TV, il clamore in parlamento, le “sparate” di Ranucci e della
Berlinguer a seguito dello “scoop” del “Fatto Quotidiano”. Inchiesta che però
più che uno scoop sembra sempre di più essere stata una bufala colossale.
Alla
fine, chi pagherà? Temo nessuno, compresi quelli che addirittura avevano
chiesto le dimissioni di Nordio
(che comunque non c’entrava nulla) addirittura accusato di essere stato in
Uruguay a casa della Minetti. Vedremo come andrà a finire e se qualcuno alla
fine avrà almeno il coraggio di chiedere scusa.
INUTILI CATTIVERIE
Gianni
Alemanno è in galera dalla sera dell’ultimo dell’anno del 2024,
arrestato a casa sua accusato di aver violato nei mesi precedenti le norme
della libertà vigilata a seguito di una condanna per presunto “traffico di
influenze” ed abuso d’ufficio, norma che nel frattempo è scomparsa dal nostro
codice. Alemanno non ha mai negato che fosse in giro per attività politiche
ufficiali e regolarmente comunicate, ma nonostante questo il giudice gli ha comunque fatto rifare
tutta la pena di 18 mesi,
compreso il periodo che aveva già scontato e nonostante il parere contrario del
PM. “Doppia detenzione”, quindi, e non ho notizie di altri casi
simili in Italia, ma la “pesantezza” (o il pregiudizio?) della “Giustizia” nei
suoi confronti è stata un macigno.
Il mese
prossimo sarà comunque nuovamente a “fine pena” e sarà liberato, ma intanto gli
è stato perfino negato di poter uscire da Rebibbia anche solo per alcune ore
per presenziare alla presentazione di un suo libro, scritto in carcere, al
salone del libro di Torino: “dura lex sed lex”!
Quando
sentirete di qualche omicidio, rapina, adelitto od aggressione commeso di
qualcuno che doveva essere in carcere ma era stato messo fuori in anticipo,
pensate ad Alemanno e a come sia politicizzata la giustizia italiana.



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.