IL PUNTO n. 1039 del 27 marzo 2026
di MARCO
ZACCHERA (marco.zacchera@libero.it)
info e
numeri arretrati: www.marcozacchera.it
POST REFERENDUM
Che botta! Davvero una botta impensabile e sorprendente per me,
convinto e non pentito sostenitore del SI, ma purtroppo anche per Giorgia Meloni e il suo
governo che si ritrova ad un anno e mezzo dalle elezioni con la sensazione che
tutto sia rimesso in gioco e con la “sinistra-centro” che ora torna di nuovo in
partita.
Così, mentre i magistrati di Napoli festeggiano a spumante e
“bella ciao” lo scampato pericolo (segno inequivocabile del loro stile), nel
centro-destra ci si guarda smarriti ma, a ripensarci, soprattutto nelle ultime
settimane i segnali di un temporale in arrivo c’erano tutti.
A cominciare dal fatto che gli avversari a dar battaglia ci hanno
creduto davvero, mentre quelli del SI sono rimasti tiepidi, ma soprattutto – è
questo è sorprendente - si riscopre che dopo 80 anni di Costituzione c’è
davvero ancora una maggioranza di italiani che crede alle favole di una
potenziale volontà autoritaria.
Questa è la cosa più assurda ed ipocrita di tutte, anche se ancora
una volta la sinistra vince sul riflesso condizionato “Costituzione-antifascismo”
senza che la gente ragioni sul merito delle cose.
Piaccia o meno è purtroppo così, ed è un peccato che all’uscita
dei seggi - oltre a chiedere come avessero votato - quelli degli exit-poll non
abbiano fatto un’altra domanda agli elettori: “Ma lei lo ha mai letto
l’articolo 104 della Costituzione?” E - a chi avesse fatto finta di rispondere
“si” - sarebbe stato divertente chiedere di che cosa mai parlasse
quell’articolo e dove avrebbe davvero inciso la riforma proposta.
Perché il bello (o il tragico) è che magistrati & sinistra
sono stati capaci di convincere di una realtà che non esiste e non esisteva, di
fatto per un “sentito dire”.
Complimenti a loro, però, visto che hanno convinto la maggioranza
e in democrazia (per fortuna) funziona così e vale sia che si vinca sia che si
perda
Confermato e certificato che siamo un paese dove tutti si
lamentano ma cambiare è poi cosa impossibile, restano però tanti dubbi.
Per esempio, a Palazzo Chigi sapevano dove tirava l’umore della
gente?
Perché, nonostante i fondi spesi per i sondaggi,
probabilmente non si è percepito che in fondo agli elettori dei magistrati
importava ben poco, ma che il giudizio sul governo – e quindi sulla riforma
proposta - è stato più legato alla improvvisamente ritenuta negativa vicinanza
con Trump, ai prezzi del gasolio (ma non si potevano decidere i tagli delle
accise due settimane prima?), ai timori economici ed internazionali.
Segnali precisi (e che nelle settimane scorse cercavo di
sottolineare, rileggetevi IL PUNTO) così come contemporaneamente era caduto
l’indice di apprezzamento della Meloni dopo trenta mesi di ottima tenuta.
Forse le cose sono davvero cambiate in poco tempo e il governo è
stato preso in totale contropiede perdendo la guerra dei nervi (quanti migliaia
di “no” sono arrivati dalle improvvide dichiarazioni di Nordio e della sua fida
collaboratrice Bartolozzi?).
Certamente i media ci hanno messo del loro, ma la sinistra ha
comunque creduto nella vittoria, la destra no. Lo si è visto dall’assenza dei
manifesti per il SI, dalla mancanza di dibattiti, dal “movimentismo” che ha
resuscitato la sinistra mobilitando soprattutto i giovani. Alla fine la gran
parte delle persone ha capito poco o nulla della riforma, ma ha percepito
slogan più semplici immaginando che il SI volesse asservire i giudici ai
politici e senza pensare che semmai avviene (ed avverrà) l’esatto contrario.
Giorgia Meloni è sembrata molto sola al comando e quando è
intervenuta con serietà è stata mediaticamente “uccisa” dall’infelice e contemporanea
uscita della Bartolozzi.
Il commento (da sinistra) che una battuta di tredici secondi conta
più di tredici minuti di buonsenso è stato perfetto.
Una sconfitta grave, che lascerà conseguenze profonde e divisioni
interne, a cominciare dalla necessità di intervenire all’interno dello stesso
governo dove serve eliminare subito qualche volto ormai diventato
impresentabile.
NUMERI
I referendum sono sempre pericolosi per il centro-destra perché
non ha la capacità di capitalizzare i voti altrui o degli astenuti.
Riflettiamo… Nel 2022 raccolse circa 12 milioni di voti, pari al 43,79% e vinse
le elezioni politiche portando la Meloni a palazzo Chigi. Nelle elezioni
europee del 2024 votarono complessivamente per i partiti di governo circa 11
milioni di voti, pari al 47,42%, mentre al referendum ci sono stati 13 milioni
di SI, ovvero il 46,77%.
Questo non significa che la maggioranza stia a sinistra (che
raccoglie da anni molti meno voti del centro-destra) ma che se c’è da votare un
partito o uno schieramento la maggioranza RELATIVA fa vincere a destra che però
non raccoglie mai la maggioranza assoluta.
Se il centro-sinistra andrà diviso perderà le prossime politiche,
ma probabilmente perderà anche unito perché automaticamente una coalizione da Renzi ai Cinque Stelle
“espelle” una parte di elettorato insofferente per uno dei diversi alleati. Su
questo aspetto dovrebbe basarsi la riscossa del centro-destra dopo la batosta
di domenica, ma solo se la Meloni ritornerà ad avere dietro di sé un
apprezzamento generale, cosa diventata difficile in questo momento non tanto
per colpa sua quanto per una situazione “esterna” all’esecutivo, economica ed
internazionale, dove l’Italia non ha la possibilità di incidere molto.
LA CANOTTIERA DI UMBERTO
BOSSI
Era la metà degli anni ’80 quando si cominciarono a vedere in giro
i primi manifesti della “Lega Lombarda”, con Roma sempre impersonata da una
procace contadina del sud che raccoglieva abusivamente le uova d’oro deposte da
una povera gallina settentrionale.
Ero incuriosito da quei neo-leghisti che sostenevano cose di buon
senso condite (almeno per me) da un sacco di assurdità e volli conoscere Umberto Bossi di persona.
Così una sera mi infilai in una bocciofila vicino a Novara dove
avrebbe dovuto parlare “Lui”. C’era ressa con gente venuta da tutta la
provincia, Bossi arrivò scamiciato con mezz’ora di ritardo, prese il microfono
e – pronti, via! - cominciò ad urlare come un matto per tutta la serata.
Fu una specie di comizio a tratti da esaltati e fitto di slogan,
ma che alla fine lanciava un messaggio di secessione che infiammava la platea:
“Roma ci lasci in pace, che ce la facciamo meglio da soli.” Tema forte, ma
accattivante perché da sempre il governo centrale su da noi appariva (ed
appare) spesso una cosa lontana, inconcludente, a volte inutile ma soprattutto
costosa.
Poi venne il Bossi di governo e l’immagine più bella per me fu la
foto scattata con il teleobbiettivo lui con la sua canottiera “operaia” ospite
della magnifica ed opulente villa di Berlusconi in Sardegna: come mai potevano
pigliarsi due tipi così? Eppure era un' icona del Bossi ruspante, che era poi
quello più vero di tutti.
Il “senatur” lo ritrovai personalmente anni dopo, rimanendo per
alcune ore seduti di fianco in un convegno dedicato ai leghisti all’estero (io
allora ero il presidente del Comitato parlamentare per gli italiani nel mondo),
fin quando lui si accese un sigaro nonostante il divieto e con nessuno che
avesse il coraggio di dirgli di smetterla. Emetteva un fumo pestilenziale e
dopo un po' glielo chiesi direttamente io, lui mi guardò male ma mi accontentò,
nel senso che uscì rumorosamente dalla sala.
Rientrato, chiacchierammo ancora a lungo di amici comuni e mi
parve un po' spento rispetto ai primi anni, anche se ancora non era stato male.
Tempo dopo mi presentò il figlio con visibile orgoglio, ma uno che
mi sembrò subito un totale stupidotto, come i fatti poi hanno dimostrato. Ma
quello era già un altro Bossi, minato nel fisico e nel morale, così preferisco
ricordarmi quello della prima ora che urlava alla bocciofila.
UN BILANCIO
Sono passati quarant’anni da quei tempi, la Lega è ben diversa da
allora eppure ha comunque inoculato molti suoi virus, per me positivi, nella
politica italiana. Per esempio ha costretto a fare i conti con le realtà
decentrate, ha prodotto spesso ottimi amministratori e tenuto duro nonostante
tante sirene non disinteressate.
Personalmente poi i leghisti li ho sempre visti come alleati
affidabili in campo amministrativo e fedeli agli impegni presi e tra di loro ho
visto ben poche mele marce, il che nel centro-destra non è cosa da poco.
L’eredità di Bossi resta comunque nel sogno di un disegno
strategico di decentramento politico ed amministrativo che si è sedimentato
(quasi) in tutti, anche se oggi più che di secessione si parla più spesso di
autonomia, un concetto che ha progressivamente convinto molte persone visto che
i guai del centralismo non sono minori di prima e che anche le Regioni spesso
si sono trasformate in chiusi centri di potere.
Nel frattempo la Lega ha anche preso per prima le distanze (le va
dato atto) da un altro ideale mancato, ovvero quello di un’Europa unita che –
ben lontano dall’essere federale – ha progressivamente usurpato funzioni e
controlli a danno dei singoli stati, deludendo un generale sentimento
europeista che era vincente negli scorsi decenni, ma che progressivamente si è
esaurito in molti elettori tra delusioni e dubbi politici, etici e legislativi.
Da anni ormai Bossi era ai margini, poco considerato anche dai suoi
se non per il richiamo alle origini, eppure merita davvero uno spazio nella
storia politica che ha portato alla fine della prima repubblica e non solo
perché ha fornito le truppe per il ribaltamento che ha permesso la vittoria di
Berlusconi nel ‘94, ma perché ancora oggi la Lega trasmette un messaggio che va
al di là dei suoi risultati elettorali, un orgoglio di appartenenza, un
sentimento di difesa e riscoperta dei valori tradizionali che restano
importanti in un’ Italia che non è molto cambiata nei decenni e con ancora
troppi pesi morti per considerarla un paese moderno ed efficiente.
BUONA SETTIMANA A TUTTI
!
MARCO ZACCHERA
Questo numero è stato scritto mercoledì 25 marzo da Tokyo



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.