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il PUNTO n. 1061 del 9 ottobre 2026 di MARCO ZACCHERA Per
scrivermi o contattarmi: marco.zacchera@libero.it Numeri
arretrati sul mio sito www.marcozacchera.it Con questo
numero “IL PUNTO” riprende la sua regolare uscita settimanale, di norma il
venerdì mattina. Poiché nelle ultime due settimane ero negli USA lascio poco
spazio all’attualità per due riflessioni americane, la prima sulle imminenti
elezioni di “mid-term” e l’altra su una vera e propria semisconosciuta pagina
di storia italiana che per caso ho fatto in mezzo ai boschi del Montana. LEGGE ELETTORALE Approvata
ieri la nuova legge elettorale su cui mantengo ampie riserve, anche se è un
piccolo passo avanti verso una elezione più diretta di almeno una parte dei
parlamentari. Non ho capito invece le urla della Schlein che esponeva un
cartello “Con la Meloni gasolio a 3 euro” che non c’entrava nulla con la
votazione, ma – soprattutto – nessuno ha avuto notizia di una minima
controproposta elettorale da parte della sinistra. La stessa Schlein – sempre
urlando, ma lei urla sempre – assicurava che “Siamo uniti e vinceremo!” A parte
la frase che porta una sfi.. pazzesca, uniti su che cosa? Non su primarie, leader,
armi all’Ucraina, deficit, imposta patrimoniale ecc. Questa è l’alternativa?
Allora teniamoci la Meloni… LA CRISI DI TRUMP Da sempre
gli Stati Uniti hanno un “cuore” profondamente repubblicano negli Stati
centrali del continente mentre i democratici vincono negli Stati che si
affacciano sull’Atlantico e il Pacifico, tradizionalmente progressisti. Ho
girovagato per due settimane in Stati a prevalenza repubblicana e che Donald Trump sia
precipitato nei sondaggi lo si coglie ovunque, anche e soprattutto
chiacchierando con amici repubblicani da sempre, anche quelli che due anni fa
lo votavano senza riserve ed ironizzavano sugli avversari. Non c’è
ancora un vero clima elettorale, pochi i cartelli nei giardini a lato delle
strade e quasi tutti per candidati alle varie cariche locali, dai giudici di
pace agli sceriffi, perché - va ricordato - negli USA tutte le cariche sono a
votazione diretta. Sta di
fatto che il 3 novembre si voterà per le elezioni di mid-term tradizionale
appuntamento elettorale di metà mandato già di solito infausto per il
presidente in carica, ma che questa volta rischia di diventare un tracollo per
i repubblicani che potrebbero perdere la maggioranza in entrambe le Camere
visto che si rinnova un terzo del Senato e l’intera Camera, come ogni biennio. Quella dei
Rappresentanti è data ampiamente per persa: 228 seggi ai democratici contro
solo 207 ai repubblicani (oggi in maggioranza con 5-7 voti di margine, dipende
da un paio di indipendenti) ma secondo gli ultimi sondaggi anche al Senato i democratici
potrebbero raggiungere i 51 o 52 seggi, ovvero la maggioranza assoluta. La
popolarità del presidente è scesa progressivamente al 37% secondo il Wall
Street Journal o addirittura al 32% secondo la Reuter, sta di fatto che gli
scontenti sono ben oltre il 60% e in crescita costante. Non
pensiate che le problematiche siano soprattutto per la gestione della crisi con
l’Iran o l’Ucraina: quello che conta per gli americani è il visibile aumento
dei prezzi e soprattutto quello della benzina ormai stabilmente oltre i 4
dollari al gallone (il che significa comunque solo un euro al litro, beati
loro) ma va tenuto conto delle dimensioni e dei consumi delle auto negli USA. I
repubblicani possono solo aggrapparsi a due aspetti che hanno un loro
fondamento. Il primo è che se Trump è criticato, ma lo sono anche i democratici
accusati di non essere stati capaci di mettere insieme una opposizione
credibile e ritrovandosi senza leader di prestigio. La gente poi si
“sente” repubblicana o democratica da sempre e quindi il malcontento per
l’elefantino è più probabile si trasformi nel “non voto” piuttosto che con un
passaggio di casacca. E qui sta l’unica, altra vera speranza per i
repubblicani: non si vota per Trump, ma per rinnovare candidati locali che – là
ove siano ben radicati nel proprio collegio – contano soprattutto per sé stessi
e non è in gioco il presidente che resta solo sullo sfondo. La critica
alla Casa Bianca che è diffusa comunque anche tra molti “fedelissimi” di Trump
ed è esplosa soprattutto quest’anno dopo l’inizio della guerra in Iran in cui
il presidente si è cacciato contando forse in una veloce soluzione alla
venezuelana, ma evidentemente ignorando o sottovalutando le profonde differenze
di scenario, la storia del paese, i rischi di un incancrenirsi della situazione
come invece è puntualmente avvenuto. Anche i
rapporti con Israele sono criticati: se pur le lobby ebraiche possono
condividere, gran parte dei cittadini è disgustata da Netanyahu soprattutto per
le vicende di Gaza e non nasconde il proprio dissenso per la linea ufficiale
del presidente. Si è
intanto attenuata la pressione “woke”, una delle cause del crollo democratico
di due anni fa: sembra avviarsi un riequilibrio o almeno questo viene percepito
da larghi strati della popolazione bianca che negli ultimi anni si è sentita
vessata da “colpe” storiche giudicate assurde e che a loro volta creavano
discriminazioni. Insieme al
controllo dell’immigrazione è l’unico successo attribuito al presidente. Quello di
novembre sarà comunque un test interessante soprattutto in vista delle
presidenziali del 2028 con un Trump che – per bene che gli andrà – sarà
un’“anatra zoppa”, se non addirittura completamente appiedata se si ritrovasse
in minoranza in entrambi i rami del Congresso. IL
TRANSATLANTICO APPRODATO IN MONTANA Mi
piacciono le montagne, i boschi e il silenzio e così sabato scorso seguivo la
strada nazionale 93 che dal Canada scende in Montana con alle spalle cento
chilometri di foreste e praterie sconfinate. A un certo
punto capito a Seeley Lake, vicino a Missoula, cinquanta case sparse nei boschi
e noto un’insegna: “Catholic church”. Mi fermo davanti a una chiesetta semplice
(che immaginavo fosse chiusa) e dove invece stava finendo una affollata
messa prefestiva. Dopo la benedizione del sacerdote (polacco) resto a
chiacchierare con un gruppo dei fedeli davanti alla chiesa e – saputo che sono
italiano – subito si presenta una matura matrona che anche lei mi dice di
essere “italian” o – meglio – lo era suo nonno che “era uno di quelli”. Al mio
stupore mi conferma che era effettivamente “uno del Nord Italy” (poi si
chiarirà essere invece di Lucca) e mi spiega che il nonno era stato internato
proprio lì, in quelle foreste inaccessibili, dove nel 1941 arrivarono 1100
prigionieri italiani rinchiusi al “Fort Missoula” quello che un tempo ospitava
una guarnigione che faceva la guerra agli indiani. Ne viene
fuori una storia incredibile - che forse pochi conoscono - quella del
transatlantico “Conte di
Biancamano” e del suo equipaggio approdato in Montana, ad
occhio e croce a mille chilometri dall’oceano più vicino. Avevo
sentito parlare di prigionieri italiani negli Stati Uniti durante la guerra,
ricordavo di aver letto in gioventù “Il cielo è rosso” di Giuseppe Berto (un
romanzo che raccontava l’odissea dei nostri prigionieri “non collaboratori”
detenuti in Texas), ma pochi sanno che durante la guerra migliaia di
italo-americani sono stati internati (così come tanti americani di origine
giapponese) e detenuti per anni perché potenziali nemici. Ma la
storia di “Fort Missoula” e del “Biancamano” è unica ed incredibile. Questo
transatlantico, varato nel 1925 per il Lloyd Sabaudo ed allora uno dei più
belli della nostra marina mercantile, era normalmente adibito alla rotta
Genova-New York - Buenos Aires, ma quella volta era arrivato a Valparaiso, in
Cile, e stava tornando. Una nave stupenda per il lusso di 180 passeggeri in
prima classe, 220 in seconda, ma anche di oltre duemila poveracci stivati in
terza classe, la dura realtà della nostra emigrazione verso il Sudamerica. Nel marzo
del 1941 il transatlantico stava attraversando (quasi senza passeggeri) il
canale di Panama che era allora territorio americano e - se anche la guerra con
gli USA non era stata ancora dichiarata - le autorità statunitensi cercarono di
requisirlo. Comandante,
ufficiali ed equipaggio reagirono e - prima che gli americani salissero a bordo
- in pratica distrussero il transatlantico sabotando le turbine, i motori, il
carburante. Gli americani si infuriarono arrestando tutto l’equipaggio di 532
persone che - dopo un avventuroso viaggio fino a New York - venne fatto
salire con molti altri civili italiani bloccati dalla guerra negli USA (tra cui
gli impiegati del nostro padiglione all’expo internazionale del 1939) su un treno
che – a finestrini oscurati – partì per destinazione ignota. Dopo una
settimana arrivarono in Montana in mezzo alle Montagne Rocciose e furono
imprigionati nel campo di Fort Missoula, praticamente in mezzo al nulla. Alla fine
si trattavano in totale di 1120 italiani, cento giapponesi e 24 tedeschi. Gli
internati ribattezzarono ironicamente il campo “Bella vista” tenuto conto delle
montagne e foreste tutte intorno, anche se tra i reticolati la vita era dura,
come ben mostrano le fotografie oggi conservate nel piccolo museo all’ingresso
del campo. Per gli
italiani iniziò una lunga detenzione dagli incerti connotati giuridici, mentre
in inverno la temperatura scendeva anche a 20 gradi sottozero. “Sulla parola”
molti di loro ottennero poi nel tempo una certa semilibertà per lavorare nelle
fattorie e nelle foreste dei dintorni, mentre altri (erano detenuti anche chef,
cuochi, ufficiali di bordo) organizzarono una presenza italiana che entusiasmò
i locali. Nacque a Missoula – una cittadina oggi moderna, ma che al tempo aveva
ancora tutti i connotati di un villaggio di frontiera – una scuola di cucina,
un teatro italiano, una banda musicale, mentre alcuni internati si sposarono
poi con ragazze locali, altri rimasero in America per sempre mentre la maggior
parte venne poi rimpatriata nel dopoguerra. Oggi il
campo è un’area “heritage”: sono state restaurate alcune baracche del tempo
(squallide come tutti i campi di prigionia) con i letti a castello dei
prigionieri ed ingiallite riviste italiane degli anni ’30, c’è ancora la
baracca con la chiesetta dedicata a San Michele, mentre le foreste che c’erano
intorno al campo sono state invece abbattute ed oggi la zona è sede di
stabilimenti, ipermercati e aree residenziali. Tutto è
cambiato, ma “Fort Missoula” testimonia silenzioso un passato che in Italia 85
anni dopo forse non ricorda più nessuno. Tra l’altro
la “Biancamano” ebbe poi tutta una sua storia: trasformata in nave da
trasporto-truppe con il nome di USS Hermitage trasportò fino a 7000 soldati
alla volta dagli USA ai fronti europei e fu restituita all’Italia nel 1947. Portata ai
cantieri di Monfalcone, nel 1948 subì un rifacimento totale diventando un
simbolo della rinnovata marina mercantile italiana del dopoguerra. Gli interni
furono rifatti con architetti di grido (come Gio Ponti per gli arredi) mentre
Massimo Campigli e Mario Sironi curarono le decorazioni dei saloni. La
“Biancamano” fu quindi rimessa in linea verso le Americhe fino al 1961, quando
venne smantellata a La Spezia, ma in qualche modo è ancora oggi visibile, visto
che la plancia di comando è stata rimontata all’interno del Museo della Scienza
e della Tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano. Un saluto e
buon proseguimento! .................................................................................... PS: perchè non mi mandate gli indirizzi mail di
qualche vostro amico per allargare la platea de IL PUNTO ?? Grazie! Un rinnovato augurio di buona settimana a tutti Marco Zacchera |



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.