|
Il PUNTO
n. 1051
del 19 giugno 2026 di MARCO ZACCHERA Per scrivermi o contattarmi: marco.zacchera@libero.it Numeri arretrati sul mio sito www.marcozacchera.it IL DISASTRO DI TRUMP Dopo cento giorni di guerra più o meno dichiarata, centinaia di
morti e danni incalcolabili, Trump
dichiara di aver chiuso il conflitto con l’Iran con un protocollo d’accordo
venduto come la sua ennesima vittoria storica, ma che invece è francamente un
risultato disastroso per gli USA e l’Occidente che, ricordiamocelo, neppure
era stato informato dell’attacco a Teheran. A parte il disinteresse per ogni regola internazionale e il
rispetto delle vite umane che per Trump evidentemente non sono degne di nota,
uccisa a sangue freddo la “prima fascia” dei leader iraniani (e con la
seconda che si dimostra perfino più sanguinaria della prima), gli oppositori
interni sono stati prima illusi e poi abbandonati e anche per questo sono
stati uccisi a decine di migliaia o languono in galera. Intanto in Libano di fatto prosegue la guerra, il prezzo del
petrolio è salito per tutti e scenderà (forse) solo lentamente, mentre il
“successo” della riapertura dello stretto di Hormuz è una pagliacciata, visto
che era libero prima dell’attacco USA. Una sconfitta indiscussa per Trump soprattutto perché l’Iran non
ha rinunciato al nucleare e intanto ha capito che, controllando lo stretto di
Hormuz, può ricattare il mondo. Insomma il regime iraniano - che a
parole era stato distrutto - è purtroppo più forte di prima, non è stato
piegato dal punto di vista militare e anzi tiene sotto tiro gli Stati del
Golfo devastandone l’economia. Alla fine hanno guadagnato solo – come sempre - gli speculatori
di borsa, le compagnie petrolifere che hanno lucrato sui prezzi del petrolio
(comprese quelle italiane), i soliti produttori e venditori di armi e -
parzialmente – Netanyahu
che intanto ha mantenuto lo “status quo” (leggi occupazione) a Gaza e nei
territori palestinesi e che ha invaso un altro pezzo di Libano, anche se vede
tuttora irrisolta la questione dei missili e droni che cadono su Israele. Con queste iniziative di Trump, spavalde quanto sciagurate, i repubblicani
USA si avviano a grandi passi ad una sconfitta elettorale a novembre, mentre
il Presidente - perso la faccia per le balle che ha contato per settimane al
mondo, saltando ogni giorno dalla pace dichiarata come “imminente” alle
minacce di bombardamenti a tappeto - ha dimostrato di non avere
avuto alcuna strategia prima e dopo l'attacco e quindi di avere intorno a sé
o dei consiglieri incapaci dal punto di vista tattico e strategico, oppure
incapaci di farsi ascoltare. E’ davvero preoccupante che un personaggio come Trump (che io stesso sostenevo essere “il
meno peggio” come presidente un anno e mezzo fa visto la nullità della
Harris, non me lo dimentico!) sia al vertice del mondo perché è
assolutamente imprevedibile, ma decisamente più “matto” che “genio” come si
poteva pensare, almeno all’inizio. Oltretutto la sconfitta USA in Iran è una vittoria per la Cina e
per Putin.
La Cina ha superato bene la crisi petrolifera – che per lei poteva essere
mortale - usando gli stoccaggi e ripartendo alla grande con il gas e
l’energia elettrica prodotta dal carbone, Putin vede “salvato” un alleato
prezioso. Così, mentre l’Europa discetta sul “GDeen deal”, il surplus di
milioni di tonnellate di carbone bruciate di più in Cina solo in questi mesi
ha intanto inquinato molto di più dei risparmi energetici europei. Ma anche
questo ce lo dimentichiamo. DISCRIMINAZIONI, MA
ANTIFASCISTE L’ art. 3 della Costituzione ci ricorda che “Ogni cittadino è uguale davanti alla
legge…per sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche…”
che può liberamente professare. Bei principi teorici, ma in realtà in Italia, 83 anni dopo la
fine del regime, la Repubblica sembra tuttora vivere una sorta di complesso
psicologico di inferiorità con la necessità di un continuo richiamo ad un
antifascismo formale, di facciata, spesso utile foglia di fico per coprire
intrallazzi, abusi e discriminazioni. Ma secondo voi c’è in giro un concreto “pericolo fascista”? Non
mi pare proprio, ma allora perché si continua su questa perpetua e quotidiana
ridondanza? Forse perché è la “polizza sulla vita” di una certa
sinistra su cui ha basato il proprio potere politico e culturale (e a volte
anche economico). Esempi? A Cesena,
solo pochi giorni fa, quando alla vigilia dell’esame di maturità due ragazzi
hanno esposto uno striscione a scuola “L’Italia agli Italiani”. Accusandoli
di “fascismo razziale”, indignati, i loro professori “democratici” li hanno
sanzionati con il 6 in condotta (compromettendo così il loro curriculum
scolastico) e per “rieducarli” gli hanno imposto di scrivere, pena la non ammissione
agli esami, una tesina rieducativa dal titolo “Gli africani siamo noi”. E questa sarebbe una scuola pluralista e libera? Sicuramente con
due pesi e due misure visto le centinaia di striscioni apparsi,, da sempre
sulle facciate delle scuole e mai sanzionati. Oppure a Roma,
dove quest’anno per poter accedere come editori alla mostra letteraria “Più
libri più liberi” si dovrà sottoscrivere una “dichiarazione scritta di
antifascismo” pena l’esclusione dalla rassegna. Una buffonata pazzesca, ma è la conseguenza di quanto accaduto
l’anno scorso per il successo della casa editrice “Passaggio nel bosco”
che aveva presentato libri giudicati “fascisti”. Bella comunque questa
concezione della libertà dove devi auto-dichiararti antifascista per poter
partecipare. Mi sembra l’antitesi proprio di quell’art.3 della Costituzione
di cui gli antifascisti di professione si riempiono la bocca e che comunque
certifica la loro sconfitta: se dopo 83 anni di antifascismo dichiarato e
debordante il fascismo è ancora d' attualità evidentemente c'è qualcosa
nell'antifascismo che non ha funzionato. TRAVAGLIO & GRATTIERI Certo che la Federazione della Stampa Italiana è veramente
assurda: Marco Travaglio
prende lucciole per lanterne sul caso Minetti?
Non solo non lo si censura per aver scritto senza prove, ma addirittura le
richieste di risarcimento per danni e diffamazione che ora gli grandinano
sulla testa secondo la FNSI “imbavagliano il diritto di cronaca e contrastano
l’informazione”. Ma insomma, Travaglio ha detto il vero oppure no? Visto che ad
oggi sembra proprio di no, perché non dovrebbe assumersi la responsabilità di
quanto ha scritto? Ma c’è di più, perché in merito il procuratore capo di Napoli Nicola Grattieri è
andato in
TV (dove peraltro conduce
trasmissioni politiche proprie, il che dovrebbe essere per lo meno inusuale
per un magistrato) e a “La 7”, dalla solita Lilli Gruber, ha
dichiarato “La grazia
concessa a Nicole Minetti da parte della procura generale di Milano? Se mi
pronuncio, domani mattina alle 8 e 30 mi aprono un procedimento disciplinare”
Grattieri lascia quindi intendere che a Milano siano avvenuti
abusi e quindi vi sia una volontà di poca trasparenza, se non di aperta
corruzione. Ma un procuratore della repubblica può esprimersi impunemente in
questo modo verso dei colleghi? Secondo me è inaudito: se Gratteri sa delle
cose che parli chiaro, altrimenti non insinui e soprattutto il CSM abbia
finalmente il coraggio di intervenire e imporgli di fare chiarezza. Un
magistrato ha infatti il dovere morale di essere chiaro, non di “lasciare
intendere”, anche se sembra che Grattieri possa far quello che vuole: lo ha
fatto per il referendum e continua a farlo, nella più assoluta impunità. “UN PARTIGIANO IN PARADISO” Sabato 6 giugno, esattamente nel giorno del centenario della sua
nascita, alla “Casa della Resistenza” di Verbania Fondotoce si è tenuto un
affollato incontro con una serie di testimonianze in ricordo della figura di Vittorio Beltrami, “Un
partigiano in paradiso” come è stato giustamente intitolato un volumetto di
testimonianze distribuito ai presenti. Trovo giusto ricordare questa personalità eccezionale sia per
quello che è stato Beltrami nel panorama politico locale sia per la
testimonianza che ha lasciato della sua lunga militanza di cattolico
impegnato nella Resistenza e poi nella vita pubblica. Soprattutto una riscoperta del suo carattere, dell’approccio che
sapeva dare al servizio per gli altri con una attenzione particolare al
rapporto con le persone di qualsiasi ceto ed opinione. Ricordi personali
preziosi di quando insieme andavamo a Torino in Consiglio regionale e
discutevamo sulla politica, le persone, le esperienze trascorse e nonostante
che a volte avessimo opinioni diverse. Beltrami è stato non solo per cinque anni il Presidente della
Regione Piemonte ma aveva sempre nel cuore Omegna, il Cusio, tutta la nostra
terra con una attenzione particolare ai problemi dell’oggi e della nuova
provincia che si andava formando, ma anche al periodo partigiano che l’aveva
visto, diciottenne, partecipare in prima persona tra le fila dei partigiani
cattolici della “Di Dio”. Una scelta di campo rischiosa, ma nello stesso tempo con uno
scrupolo tutto particolare verso la vita umana nonostante le tante violenze
che la guerra – e soprattutto quella fratricida - portava con sé nel
travolgere i rapporti e la vita stessa dei combattenti. Lo scrupolo di un cristiano coerente costretto a portare le
armi, la capacità di superare l’odio di parte, la volontà di saper poi
ricostruire, ma anche la coerenza delle posizioni e degli impegni. In questo senso fu la spinta decisiva perché, con legge
regionale da lui proposta, nascesse la “Casa della Resistenza” per la quale
spese i suoi ultimi anni convinto della necessità di lasciare una traccia
autentica al di là del correre delle generazioni. Una fede cristiana profonda, una militanza cristallina e
continua, una dedizione alla propria terra interpretando nella pratica
quotidiana quella “Politica” che per Paolo VI era la più alta delle
espressioni umane, se messa veramente al servizio della comunità. Fede, ma anche ironia, saggezza, simpatia e comprensione
reciproca sono i tratti umani che hanno fatto per decenni di Vittorio
Beltrami una figura unica nel mondo politico locale, come dimostrato proprio
sabato scorso quando si sono ritrovate persone di diversi orientamenti
politici, ma tutti uniti nel ricordarlo. BUONA SETTIMANA A TUTTI
Marco Zacchera |



Sono nato a Verbania, sul Lago Maggiore, in una famiglia che da secoli ha le sue radici all’Isola dei Pescatori che è quindi da sempre la mia prima piccola patria.
Quando dopo qualche anno di università la Patria si è ricordata di me - allora la naja era obbligatoria – anziché mandarmi tra i paracadutisti - come speravo- mi ha spedito a Pontebba (Udine), a fare l’artigliere da montagna con il mulo al seguito. Pazienza, da allora ho portato la penna sul cappello (e sono con piacere socio dell’ANA) anziché il basco amaranto.
Quasi alla fine del servizio militare (ed era la prima volta che andavo a votare) mi sono candidato al consiglio comunale della mia città, mi hanno subito eletto e di lì ho cominciato la carriera, cresciuta – è il caso di dire – dalla gavetta: dal comune alla provincia, al consiglio regionale del Piemonte nel 1990. In quegli anni essere di Destra significava lavorare seriamente ma essere emarginati, ritrovandosi spesso da soli in un ruolo di dura quanto difficile opposizione, ma è proprio in quel periodo che ho maturato esperienza e rafforzato le mie scelte per costruire una politica che - allora come oggi - intendevo e intendo trasparente, impegnata e concreta. Amavo ed amo stare in mezzo alle persone, discutere con loro, vivere i loro problemi.
Nel ’94 la mia prima candidatura al Parlamento sostenuta e vinta con l'aiuto di oltre 110.000 piemontesi che mi hanno voluto a Montecitorio, unico eletto di Alleanza Nazionale in tutta la circoscrizione del Piemonte 2. La mia circoscrizione elettorale era composta da ben 7 province ma non ho mai mancato ad un appuntamento, ad un incontro.
Subito dopo l’elezione alla Camera Gianfranco Fini mi ha chiamato ad impegnarmi come dirigente nazionale di partito e sono stato così l’ultimo responsabile del dipartimento Organizzazione del MSI-DN prima della fondazione di Alleanza Nazionale e vi ricordate forse il famoso congresso a Fiuggi – quando è stata fondata AN - che ho organizzato proprio io come segretario generale del congresso.
Mi hanno poi rieletto alla Camera nel 1996 e nel 2001 nel collegio uninominale di Verbania-Domodossola, dove AN e la allora "Casa delle Libertà" hanno quasi sempre conquistato la più alta percentuale regionale. Sono stati gli anni più belli perchè con l'elezione diretta a deputato ero in rapporto diretto con i miei elettori che cercavo quindi di rappresentare bene ogni giorno.
Il mio collegio elettorale era terra di montagna e di laghi, ma non c'è un paese, una frazione e forse anche solo un gruppo di case dove io non sia passato, magari organizzando anche un incontro, un dibattito, una conferenza stando vicino ai problemi della "mia" gente soprattutto quando vi erano momenti di maggiore difficoltà. Organizzavo i miei "Rapporto agli elettori" nelle piazze o nelle palestre, nei saloni dei ristoranti o in quelli parrocchiali e cercavo sempre soprattutto di spiegare con parole semplici cosa succedeva a Roma e perché tante cose non si riuscivano a risolvere, così come per anni ed anni alla TV locale ogni settimana la mia rubrica "Onorevole, permette?" era aperta a tutti.
In quegli anni ho diretto l dipartimento Enti Locali di AN e, dal 2002, sono stato - fino alla fine della storia di Alleanza Nazionale - il responsabile del dipartimento Esteri in contatto (anche perché facevo parte della Commissione Esteri) non solo con moltissime figure politiche mondiali ma soprattutto con gli italiani che vivono nel mondo.
Dal 2001 fino al 2012 sono stato componente e anche presidente per cinque anni della delegazione Italiana alla UEO (Unione Europea Occidentale) che si occupava di difesa e sicurezza europea e sono stato membro del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
Nel 2005 mi sono nuovamente laureato, questa volta in "Storia delle Civiltà" e sempre a pieni voti con una tesi sui rapporti nel campo della sicurezza tra Unione Europea ed USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2006 e nel 2008 sono stato rieletto deputato per un totale di cinque legislature e 18 anni passati a Montecitorio.
Leggendo qualcuno penserà ad esagerazioni ed invece no: lavorando seriamente si può fare tutto questo senza molti problemi (senza autista o auto blu!) e sono sempre rimasto stupito come nelle statistiche risultassi uno dei deputati più attivi per interventi o iniziative parlamentari perché davvero non mi sembrava di esagerare, ma solo – appunto – di impegnarmi seriamente visto d'altronde lo stipendio che ci davano e che imponeva impegno e responsabilità.
Come ho scritto in uno dei miei libri, "STAFFETTE", che ho dedicato ai giovani di oggi (e che vi invito a leggere perché racconta un po’ tutto di me e della politica di questi anni) non ho mai amato l’apparato del potere, i lussi inutili, gli sprechi di quel mondo falso e senza onore che sta da tempo distruggendo l’anima della gente e la natura intorno a noi. Concetti che riprendo anche in "INVERNA", un nuovo titolo uscito nell’autunno 2012.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare (per ora) in 139 paesi del mondo ma una svolta importante nella mia vita è venuta nel 1980 quando ho iniziato a lavorare in Africa sul Lago Turkana, in un villaggio di poveri pescatori insegnando loro a pescare. Da allora mi sono reso conto che i problemi non sono mai solo personali, ma anche di tutta l’umanità e che dobbiamo essere comunque grati e contenti verso il "Grande Capo" per tutto quello che abbiamo e che troppe volte diamo per scontato.
Per dare una risposta concreta ho così fondato i VERBANIA CENTER che operano dal Kenya al Mozambico, dal Burundi al Sud America e che oggi sono organizzati in un "Fondo" all'interno della Fondazione Comunitaria del VCO. In oltre 40 anni abbiamo realizzato più di 100 iniziative di sviluppo sociale ed investito oltre 700.000 euro.
Dal Darfur all’Afghanistan, dal Burundi a Timor Est, dal Corno d’Africa al conflitto Mediorientale ho anche visto e vissuto direttamente anche i drammi di tante guerre dimenticate,così come la realtà di tantissimi italiani all’estero che meriterebbero ben più attenzione e rispetto e che invece troppe volte in patria non sono assolutamente considerati.
Credo che si debba essere sempre delle persone semplici: il titolo di onorevole o quello di commendatore non mi sono mai piaciuti, non per niente i miei genitori mi hanno chiamato Marco, il che suona molto meglio e se non mi conoscete di persona ed avrete occasione di contattarmi per favore chiamatemi così.
Qualcuno dice che sono stato un deputato e un politico anomalo... non so, io so soltanto che di dentro mi sento davvero sempre il ragazzo di una volta, quello che parlava al megafono tra le urla (o peggio) nelle assemblee studentesche oppure che prendeva la parola solo contro tutti in consiglio comunale e vorrei ancora essere capace di cambiare sul serio, in meglio, questa Italia che amo e la nostra società dove ci sono ancora tante, troppe ingiustizie.
Anno dopo anno, però, ho scoperto che non sono le ideologie a fare le differenze, ma la qualità delle persone e ne ho trovate di valide e corrette in ogni formazione politica.
E' stata una grande avventura, un onore ed un orgoglio e nel 2012 - anche se avrei potuto rinviare questa scelta - ho anche volontariamente lasciato Montecitorio per svolgere questo incarico a tempo pieno. Per quattro anni ho dato tutto me stesso per la mia città, senza orari né limiti, cercando (gratis) di aiutare e di ascoltare sempre tutti con il massimo impegno possibile. Certo non ho mai fatto discriminazioni di alcun tipo e mi spiace che a volte qualche avversario (ma soprattutto qualche collega di centro-destra) non abbia capito che amministrare una città significa andare ben al di sopra delle opinioni politiche.
Nel 2013 ho scelto di dimettermi da sindaco perchè la mia maggioranza (come il centro-destra a livello nazionale) si era divisa, ma soprattutto sono stato spinto a farlo – e ne ho poi avuto conferma dalle indagini giudiziarie – perché alcune persone a me vicine avevano tramato contro di me diffondendo maldicenze e assurdità: una pagina brutta, una grande sofferenza e delusione che mi ha ferito profondamente.
La “Giustizia” degli uomini mi ha dato completamente ragione ma mi è rimasto il peso di essere stato costretto a lasciare un incarico al quale tenevo, dove ci mettevo il cuore senza risparmiarmi. Ci tenevo perché mi avevano eletto quei miei concittadini che, a larga maggioranza, mi conoscevano di persona e avevano avuto fiducia in me , passano gli anni ma e' una ferita che non si e' rimarginata.
Ho così concluso la mia carriera elettiva ma ho continuato nei miei impegni perché ci sono infinite cose da fare.