I PICASASS - Il sito di Marco ZACCHERA

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I PICASASS

Interventi
I PICASASS, DAL DUOMO ALLE COLONNE DI SAN PAOLO
Da sempre l’estrazione della pietra è pane per il Verbano e l’Ossola dove da secoli questa attività è economicamente una delle più rilevanti.
In passato era spesso l’unica possibilità di lavoro – a parte un po’ di stentata agricoltura sulle prime pendici dei monti – e generazioni di scalpellini hanno lavorato duro - di solito morendo poi di silicosi -  nell’estrazione di marmo, granito, serizzo e beole.
Pochi conoscono nel dettaglio  la storia di alcune delle cave più famose e il lungo viaggio che, via acqua, veniva compiuto per trasportare il materiale prima a valle e poi fino a Milano o a Roma.
IL MARMO DI CANDOGLIA
La cava più celebre di tutte è sicuramente quella del marmo di Candoglia con il quale è stato realizzato il duomo di Milano.
E’ un filone particolare di marmo rosato che attraversa la base delle Alpi dalla Valgrande ad Ivrea e che a Candoglia appare in superfice per riapparire poi ad Ornavasso, sia pur con un materiale di minor qualità.
Le prime estrazioni a Candoglia furono durante il periodo romano ma fu nel 1387 quando si prese la decisione di utilizzarlo per la costruzione e le finiture delle guglie e delle statue del duomo di Milano.
Un lavoro immenso con i blocchi di marmo che venivano calati a valle su slitte e scivoli di legno, imbarcati su chiatte giù per il Toce e poi - per il Verbano , il Ticino ed i Navigli - giungeva fino alla darsena di Sant’Eustorgio e da qui, con un sistema di chiuse, fino all’attuale Via Laghetto, a poche decine di metri da Piazza del Duomo, nel  centro della città.
Il duca Gian Galeazzo Visconti concesse anche delle franchigie fiscali purchè sul materiale trasportato fossero chiaramente impresse le indicazioni “ad usum Fabricae” (la “fabbrica” del Duomo) tanto che i barcaioli, per entrare in città, utilizzavano una parola d’ordine: “AUF”, l’abbreviazione  appunto di “Ad usum fabricae”, cioè ad uso della Fabbrica, con la quale i barconi potevano passare senza pagare gabelle e pedaggio.
Da qui  nacque il termine “ad ufo” che nel dialetto lombardo  significa  “gratuitamente” e senza pagare come “mangiare ad ufo” ovvero senza far niente..
Il marmo era prezioso ma scarso e le tecniche di estrazione del tempo obbligavano a sciupare molto materiale che veniva a volte sostituito con quello di un’analoga cava ancora visibile  sopra Ornavasso – continuità dello stesso filone – detto “marmo bastardo”. Oltre al Duomo altre opere d’arte sono state realizzate con questo marmo come la Certosa di Pavia e la Cappella Colleoni a Bergamo.
Oggi la “Veneranda Fabbrica del Duomo” è l’unica autorizzata ad estrarre quanto resta del filone originale (la “Cava Madre”) che viene utilizzato per rimpiazzare le parti del Duomo rovinate dal tempo e dall’inquinamento.
Ancora con l’art. 1 del Decreto Legislativo n° 214 del 19 febbraio 1928, infatti, lo Stato Italiano ha confermato “[…] l’esistenza della servitù perpetua spettante al Duomo di Milano sui fondi pubblici e privati del monte di Candoglia di scavare liberamente e gratuitamente i marmi e selci per uso della Fabbrica con divieto di chicchessia di cavare, trasportare e vendere il materiale suddetto, senza l’assenso dell’Ente stesso. È fatta eccezione solamente per il materiale necessario alla costruzione e manutenzione degli edifici esistenti in loco”.
IL GRANITO
Due sono invece i tipi di granito più noti: quello rosa di Baveno e quello bianco di Montorfano.  
La storia del granito rosa di Baveno, detto in origine migliarolo, è legata soprattutto alla famiglia Borromeo che iniziò ad utilizzare il granito esportandolo a Milano dove si realizzarono i primi monumenti come il colonnato del Lazzaretto (1506), la controfacciata del Duomo (1550), la chiesa di S. Fedele (1570), il Seminario maggiore (1572), le logge del palazzo Brera (metà del 1600) e - in anni più recenti - le eleganti colonne della Galleria Vittorio Emanuele nel capoluogo lombardo.
Nel XVII secolo si utilizzò il granito rosa per il grandioso piedistallo del San Carlone ad Arona e lo si ritrova in molti elementi architettonici nel giardino barocco dell’isola Bella. Un granito oggi famoso nel mondo visto che è servito per il palazzo reale di Bangkok e i monumenti  a Cristoforo Colombo di New York e di Chicago.
All’inizio il materiale era ricavato usando i grandi  “massi erratici” sparsi nella zona poi si aprirono le  “Pradere”, piccole cave di fondovalle. Dal 1823 iniziarono le estrazioni da cave più grandi occupando fino a 400 scalpellini.
Dal 1865, grazie a Nicola Della Casa, le cave di Baveno si ampliarono ulteriormente, le tecniche di estrazione e lavorazione vennero perfezionate e meccanizzate con l’introduzione del taglio a filo elicoidale e la segatura meccanica.
Inizia anche l’uso delle prime grandi mine in galleria che culminerà con l’esplosione della grande mina del 1890 che provocò un grande squarcio sul versante del Monte Camoscio ai cui piedi vi è tuttora un incredibile reticolo di strade e mulattiere che servivano a portare a valle il materiale grazie a grandi carri tirati da buoi e cavalli.
Anche il granito bianco di Montorfano è “nato” come il cugino di Baveno  circa 280 milioni di anni fa. E’ però di colore bianco e nero per la presenza di quarzo e feldspato mentre le sue caratteristiche punteggiature nere derivano da una varietà di mica, ovvero di quel gruppo di minerali tipico delle rocce di origine vulcanica. Questo materiale, oltre a spiccare per eleganza, è  molto resistente alla compressione e agli agenti atmosferici per cui è indicato soprattutto per la realizzazione di  pavimentazioni stradali, lastre, fontane, nella costruzione di edifici così e per l’arredo urbano.
Il granito bianco di Mergozzo nel 2011 è entrato anche nel Guinness World Record grazie all’artista Giuseppe Lusetti che nel 1997, dopo ben 8 lunghi e intensi mesi di lavoro, ha miracolosamente ricavato da un unico blocco di pietra una catena composta da ben 239 anelli lunga quasi 30 metri,  opera che tutti possono ammirare  presso l’atelier dell’artista a Mergozzo.
Ma Montorfano è un granito particolarmente adatto a realizzare colonne e le più note sono quelle della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, una delle quattro storiche basiliche vaticane sorte dove la tradizione vuole sia stato martirizzato il grande santo cristiano..
Ben 146 colonne, infatti, sono partite dal Lago Maggiore verso la Città Eterna per un viaggio di oltre 2.200 chilometri che va sicuramente raccontato.
La Basilica di San Paolo era stata realizzata nel 390 d.c. durante il regno di  uno degli ultimi imperatori romani, Valentiniano II, e nonostante terremoti, saccheggi, incendi e invasioni barbariche rimase uno dei principali monumenti romani fino al 15 luglio 1923 quando-  in una sola notte - venne distrutta da un incendio.
Si trattò di ricostruirla secondo la pianta originale vecchia di 1500 anni e nell’anno santo del 1825 papa Leone XII annunciò la sua ricostruzione che si concluse nel 1854 con la benedizione di Pio IX.
Si trattava di trovare però colonne capaci di sostenere l’opera e servivanodi  misure  colossali: 11 metri di altezza e con una circonferenza di 3.5 metri.
Le colonne necessarie erano 80, oltre ad alcune ancora più grandi destinate a sostenere l’arco trionfale dell’abside, cui si aggiunsero altre 64 colonne per il quadriportico di ingresso, dieci delle  quale realizzate in granito di Baveno.
Le colonne – ciascuna del peso di decine di tonnellate – furono man mano imbarcate su chiatte speciali direttamente sulla riva del Toce discendendo poi verso il Naviglio Grande fino a Milano e di qui a Pavia grazie al canale della Martesana e al  Naviglio Pavese, arrivando così  fino al Po.
Scendendo il fiume venivano trasportate ad una ad una  fino a Venezia per essere imbarcate su due navi pontificie (la” Veloce” e  la “Corriera”) che circumnavigavano l’Italia passando per lo stretto di Messina e di qui fino ad Ostia dove venivano trainate risalendo il Tevere.
Un viaggio lungo più di quattro mesi  e di 2.200 chilometri, percorso tutto via d’acqua.
Ancora oggi è possibile ammirarle a Roma,  ma una di esse (la 147a) è rimasta alla partenza perché giudicata non perfetta ed è tuttora visibile vicino alla stazione ferroviaria di Verbania Pallanza, là dove era stata scavata.
LA BEATA GIOVANNINA
Queste grandi opere non devono però far dimenticare che la gran parte del materiale estratto finiva per essere utilizzato a scopi più semplici: gradini, selciati di strade, architravi e quindi i blocchi venivano lavorati e scolpiti uno ad uno prima dell’imbarco sulle chiatte.
Molte rive del Golfo Borromeo erano quindi cantieri a cielo aperto come si possono vedere in tante foto dell’ ’800 e ancora in qualche punto vicino a Baveno.
Un lavoro duro cui erano chiamati soprattutto i ragazzi e gli anziani, troppo deboli per i lavori di cava e di trasporto. La polvere di silice creata dalla lavorazione con martello e punte  del marmo e del granito  finiva però facilmente nei polmoni creando il loro precoce invecchiamento e la silicosi era quindi la malattia professionale del tempo, con  morti causate dal  progressivo soffocamento per insufficienza polmonare.
Tantissimi erano gli scalpellini della zona (molti emigravano all’estero e soprattutto  in Francia, specializzati nella realizzazione di lastre tombali) che soffrivano per questa malattia oltre che per la fatica di un lavoro pesante.
Ad essi – così almeno dice la leggenda – guardava con commiserazione e rispetto una donna di Suna di nome Teodolinda ma che - si dice per la sua devozione a San Giovanni - era detta “Giovannina”.  
All’inizio del ‘900 aprì una trattoria sul lungolago e - quando i clienti erano  scalpellini poveri -  pare rinforzasse i piatti in tavola a quegli affamati.
Di qui il soprannome “la beata Giovannina” che ancora oggi dà il nome a quella trattoria che nei decenni è diventato  un noto ristorante di Verbania, sulla riva tra Suna e Fondotoce.
Marco Zacchera
 
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