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RAPPORTO DAL KOSSOVO

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RAPPORTO DAL  KOSSOVO  

La luce tenue delle candele ed un sottile fumo di incenso si perdono nelle volte buie dell’antico santuario di Visoki Decani, in Kossovo, mentre mormorii  sommessi e preghiere accompagnano il canto dei vespri. Ombre nere di monaci scivolano lungo le pareti buie, che si intuiscono coperte da icone ed affreschi preziosi, in una atmosfera incredibile e suggestiva che fa rivivere quella del "Il nome della Rosa".
Decani  e' uno dei pochi luoghi, in questa regione dell' ex Jugoslavia, dove sia rimasta ancora una presenza serbo-ortodossa e le cupole del monastero si inseriscono nel fitto bosco di abeti che sovrasta Pec, la capitale storica e religiosa di questa terra, dove prima la pulizia etnica delle bande serbe e poi l'avanzata albanese  hanno cercato reciprocamente di spazzar via con la violenza quelle che erano le diverse  anime di questo paese.
Fuori dal santuario, lungo l'alto muro del '300 interrotto da torri che lo rendono più simile ad un castello medioevale che ad un luogo sacro, il dramma della realtà è immediato e sta tutto nello sciabolare delle fotoelettriche e dal passo cadenzato degli alpini di guardia.
Già, perché solo la presenza del 7° battaglione "Tolmezzo" e di una compagnia di soldati argentini -  che presidiano notte e giorno la vita dei monaci da non improbabili incursioni di bande armate - permette la sopravvivenza di questa piccola enclave serba in un oceano musulmano.
E' l’ amara realtà del Kossovo di oggi, dove la forza multinazionale del KFOR è rimasta l'unica a garantire un minimo di sicurezza alle poche comunità serbe che sono rimaste dopo la fine della guerra.
E' una pace precaria, provvisoria, garantita da truppe straniere  mal sopportate da buona parte della gente locale che vorrebbe concludere una propria "pulizia etnica" a rovescio, dopo che alla fine degli anni '90 i serbi cercarono in ogni modo di reprimere la maggioranza albanese che abitava da secoli in questa regione.
C’è un’atmosfera di precarietà e di tensione, la stessa del Kossovo che avevo visitato nel 1997. E’ un conflitto scolpito nella storia: questa regione per i serbi è la culla della loro civiltà (qui nel ‘400 l’intera nobiltà serba si fece sterminare nella battaglia della "Piana dei Merli", ma fermò l’avanzata turca verso il cuore dell’Europa) ma ha visto nei decenni prendere piede una maggioranza albanese e musulmana.
Durante i 50 anni dell’effimera Jugoslavia il Kossovo era considerato una regione autonoma all’interno della Serbia, ma già allora  si capiva che la spinta indipendentistica avrebbe aperto la strada ad una guerra civile, con i serbi a difendere la propria minoranza numerica, ma "élite" culturale, economica  e politica.
Ricordo l’assurdità della situazione che già allora si viveva a Pristina, la piccola capitale kossovara, quando con Achille Occhetto – che  presiedeva la nostra Commissione Esteri alla Camera -  visitammo prima i palazzi del potere locale (tutto serbo, dai ministeri all’università) e poi il piccolo chalet di legno residenza di Ibraim Rugova, il "Ghandi dei Balcani", leader kossovaro che invano allora (come oggi)  predicava una riconciliazione nazionale.
In quei mesi si puntava ad offrire ai kossovari una ampia autonomia amministrativa e politica, ma a questa proposta si opponevano tutti: gli estremisti albanesi perché volevano l’indipendenza, quelli serbi rivendicando l’unità nazionale.
Poco dopo la disintegrazione jugoslava cominciarono le rappresaglie: i serbi di Milosevic con le loro bande irregolari appoggiate dall’esercito jugoslavo, reagirono gli albanesi dell’ UCK in uno stillicidio di reciprochi massacri e di imboscate. Fu presto la più atroce delle guerre civili, con l’amara considerazione che qui i secoli sembrano trascorrere invano visto l’odio che dopo 50 anni di Jugoslavia covava comunque, allora come oggi,  sotto la cenere.
Quando nel 1999, dopo i bombardamenti NATO su Belgrado, la Serbia accettò   le richieste internazionali e ritirò il suo esercito dal Kossovo venne creata una forza militare internazionale di "peacekiping" ed interposizione. Furono comunque giorni drammatici prima che insediasse il KFOR, con rappresaglie di inaudita ferocia e la successiva scoperta di fosse comuni  e la contemporanea  fuga in massa di quasi tutti i 180.000 serbi (su due milioni di abitanti) che vivevano nella regione.
Durante la ritirata serba avvenne di tutto, ma quando il potere arrivò in mano agli albanesi non ci fu più praticamente alcun serbo (vivo) a rimanere in Kossovo.  Nel disastro fuggirono in Macedonia mezzo milioni di albanesi – che tornarono poco a poco – mentre i Serbi sanno che ben difficilmente potranno mai tornare a casa.
Oggi dei villaggi serbi restano solo rovine annerite e sono stati profanati e distrutti perfino i loro cimiteri mentre quasi tutte le chiese sono state bombardate "…Ma i Serbi non dimenticano" mi ha sussurrato all’orecchio un monaco di Dekani, mentre ci offriva una grappa nel refettorio dall’antica volta di legno ringraziando per la visita al monastero.

" L’ Italia e’ una potenza regionale,  i Balcani sono di vostra competenza, siete voi con le altre nazioni europee a doverne portare la responsabilità"  Ricordo, a Washington, quando  fu chiarissimo un dirigente del Dipartimento di Stato ad illustrare la strategia americana nello scenario balcanico, ed infatti gli USA se ne sono andati quasi tutti verso altri fronti ed a garantire una pace che sembra impossibile sono rimasti italiani e francesi, tedeschi, austriaci, spagnoli e piccoli reparti di una trentina di altre nazioni.
Sono gli italiani ad averne il peso maggiore, con 3.500 uomini dislocati nei punti strategici e la guida della brigata internazionale, oggi affidata al comandante della brigata alpina "Julia", il friulano generale Alberto Primicerj.
Una presenza numerosa ed importante che ha cristallizzato la situazione, garantisce convogli umanitari nella regione, ha smilitarizzato molte bande e recuperato ingenti quantità di armi (ma quante altre ce ne saranno in giro?) provvedendo a bonificare ampi tratti del territorio infestato di mine.
Gli italiani hanno costruito un aeroporto, riaperto le strade, distribuito tonnellate di aiuti, ma capisci che è comunque una presenza esterna, sopportata e non amata.  Troppi gli odi intestini, le tensioni tra le stesse bande albanesi ( proprio a Pec pochi mesi fa due poliziotti locali sono stati uccisi da altre fazioni musulmane, mentre qualcuno si è divertito a tirare al bersaglio ai ragazzini che giocavano in riva al fiume) mentre il Kossovo era e resta soprattutto un crocevia di  traffici più o meno leciti e tutte le industrie della zona – che sotto la Serbia dimostravano un buon tasso di sviluppo – sono chiuse o fatiscenti.
La polizia locale non è credibile, la corruzione è ovunque, il pericolo dietro ogni angolo.
Si gira scortati e in convoglio, quando passa un torpedone carico di serbi il minimo sono pietre che volano. Diversità di storia, religione, lingua, costumi: secoli di lotte e di orrori che non si cancellano certo in pochi mesi.
" Non ci capite, noi siamo europei e quelli gentaglia" sostengono i serbi che lamentano di non poter tornare alle proprie case nonostante gli accordi di pace.
Già, ma quali case? Quelle rimaste in piedi sono state occupate, la gran parte sono state bruciate e distrutte. A Gjakove (100.000 abitanti) di etnia serba è rimasta solo una anziana signora di 74 anni che vive blindata e guardata a vista dagli alpini,  mentre intorno - in città – in tre anni sono sorte 60 filiali di banche " Che ci stanno a fare, visto che teoricamente qui non dovrebbero esserci mezzi economici ? " Si chiede giustamente il colonnello che comanda il locale contingente  italiano e che dopo l’attentato di Nassirja vivono in una caserma al centro della città, tra rafforzate difese anticarro e con le mitragliatrici all’angolo della strada. In realtà il Kossovo è in piena espansione edilizia (c’è tutto da ricostruire) e nonostante ottimi colpi inferti al contrabbando entra ed esce di tutto, visto che questa è un’ area-cerniera tra Macedonia e Montenegro, l’est europeo e l’ Adriatico.

A Belo Polje, sulle pendici davanti a Pec ( Peja, per gli albanesi) è nato intanto "Villaggio Italia", la nostra più importante base militare all’estero. Un’area di oltre 700.000 metri quadrati dove possono alloggiare in relativa sicurezza circa 1.500 persone. Dall’eliporto alla chiesa, dai magazzini a due ristoranti all’ ufficio postale perfettamente funzionante con personale civile richiamato (l’unico esistente fuori dall’Italia) e perfino con una piccola discoteca si cerca di ricostruire l’area di casa, visto che qui non si può neppure andare in libera uscita.
In questo fine d’anno sono presenti oltre mille nostri militari (39 le ragazze) tutti volontari di varie armi guidati dal colonnello Giuseppe De Gaetano. "Radio West" diffonde musica no-stop (e la sentono tutti, anche fuori dal campo), sui maxi-schermi si vede la nostra TV ,  ma l’Italia – che pur è a soli 250 chilometri – sembra davvero su un altro pianeta.
Basta passare il doppio filo spinato ed attraversi quartieri spettrali (quelli serbi) mentre negli altri c’è il solito caos medio-orientale di bancarelle e di traffici, tra mercedes di dubbia provenienza e camion che vomitano fumo puzzolente.
"Enclave" nel caos del centro cittadino l’antico patriarcato ortodosso ed anche qui reticolati e feritoie, ceck-point e controlli.
Sono rimaste 24 suore ed una parla un italiano eccellente. Spiega come la prima delle quattro chiese sia stata costruita qui prima dell’ anno mille e mostra orgogliosa affreschi stupendi, da togliere il fiato.
Lamenta che la chiesa non può più visitarla nessuno e che per l’anniversario del santo locale sono arrivati solo 400 pellegrini, ma in una situazione da incubo e con gli elicotteri che pattugliavano dall’alto.

Politicamente in tutta la Serbia è un momento di grande incertezza: domenica 28 dicembre ci sono state le elezioni politiche e, come previsto, hanno vinto i partiti più nazionalisti: il futuro è cupo. In Kossovo (che formalmente fa ancora parte della Serbia) non ha votato nessuno: gli albanesi perché rifiutano la sovranità di Belgrado, i pochi serbi rimasti per protesta contro il loro governo, giudicato troppo "morbido" verso i musulmani.
Effettivamente l’ incertezza è al culmine visto che il partito socialista serbo ha provocatoriamente fatto rieleggere perfino Milosevic (sotto processo all’ Aia) mentre per i radicali è stato eletto anche un altro presunto criminale di guerra, Seselj, pure lui in carcere. In totale i due partiti estremi hanno ora ben 103 seggi in parlamento (dove ne bastano 126 per la maggioranza) e visto che in Serbia tutto si compra o si ricatta, basterebbe che un partito minore del centro ( dei sei in circolazione) si alleasse con loro per tornare alla situazione  precedente al ’99 quando Milosevic era al potere, massacrava e faceva affari con tutti ( compresa l’italiana Telecom che, come noto, lo rifornì di miliardi). Il tutto mentre la "pulizia etnica" di stupri ed assassini era al suo culmine. Vedremo se i moderati – guidati da Costunica – sapranno in qualche modo mettersi insieme, certo che nonostante l’  aiuto  europeo le elezioni le hanno perse di brutto.

Quando non salta l’energia elettrica in città dal "Villaggio Italia" si vedono le luci di Pec perdersi nella foschia della pianura. Tutto sembra silenzioso anche nella notte di capodanno, ma  laggiù c’è comunque poca voglia di festeggiare, anche perché - più che il nostro- semmai si festeggiano quello musulmano o quello ortodosso, altro motivo per odiarsi a vicenda.
Tutto sembra davvero legato a un filo ed è  provvisorio, senza futuro, con i nostri che lavorano duro per tenere accesa una piccola lampadina di pace che troppi, nell’ombra, cercano di spegnere prendendola a fucilate.

Marco Zacchera
Deputato al parlamento
      


 
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