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IL CIMITERO DELL'ISOLA

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IL CIMITERO DELL'ISOLA

Da quando papà e mamma sono andati avanti e sono sepolti lì, mi ritrovo sempre più spesso a salutarli nel nostro piccolo cimitero dell’Isola. Me lo ripeto sempre, riconoscendo ad una ad una le persone che riposano in quelle poche file di tombe, che visitare il cimitero di una comunità così piccola è come vedere il film della vita che corre veloce.
C’è il “giro”: ogni vent’anni (e qualche volta anche meno) altre bare coprono quelle precedenti perché non c’è posto per tutti e così avviene generazione dopo generazione. Quanti miei antenati sono finiti così, uno vicino all’altro in quella stessa terra benedetta? Papà e nonno Felice sono lì a pochi decimetri, ma davanti c’è Ugo che aveva la mia età ed è morto ormai da tanti anni, credo per una leucemia fulminante.
Ricordo che l’avevo incontrato pochi giorni prima, in barca, mentre tirava su le reti e girando tra le tombe risento sempre le voci di ciascuno, ne riconosco la parlata, la storia. Si parla di radici: eccole qui.
Sui muri le lapidi (restaurate di recente) dei morti di un secolo fa, spesso l’unico ricordo per chi è morto nel lago in gelide giornate d’inverno ma per i morti precedenti spesso neppure più un nome, neppure un ricordo, eppure sono almeno cinquecento anni che i nostri morti li sotterrano qui.
Come in tutti i cimiteri c’è una grande pace, un silenzio pò speciale perché il luogo - anche se è in mezzo alle case - è raccolto e quieto. Con molta serenità capisci che tutto finisce qui, ai piedi di un oleandro rosa. Quanta Verità c’è in questi pochi metri quadrati di terra scavati con tanta fatica nella roccia dell’Isola?
Quanti di quei nomi, di quelle voci, adesso conoscono quella Verità, la luce del momento dopo?
Un cimitero che ,come si usava una volta, è stretto intorno alla chiesa e tutti sono passati l’ultima volta di lì, portati a spalla per il loro ultimo viaggio.
Quella chiesa - che poi sono tre una contigua all'altra - venuta su un po’ alla volta da mille anni in qua e che solo nel ‘600 ha pian piano trovato la sua forma attuale.
Quante volte, da bambino, ci ho servito messa con la veste nera e la cotta bianca (più o meno) e ricordo la gara con il Romeo, l’Augusto, il Piercarlo e il Giampiero per l’ordine di uscita dalla sagrestia. Ogni posizione di partenza aveva un compito preciso - a seconda se stavi a destra o sinistra dell’altare - e precise dovevano anche essere le risposte,  ovviamente in latino, alle invocazioni del sacerdote.
Adesso non c’è più nessuno che fa il chierichetto all’Isola come non c’è più neppure il parroco ad abitare nella grande casa parrocchiale e quando due volte alla settimana esce un sacerdote da Baveno a dir messa, in chiesa ci sono poche persone mentre una volta zeppa.
Era ed è bella la nostra chiesa, dedicata a San Vittore e monumento nazionale, ma non ci sono più i preziosi angioletti antichi in legno dorato, rubati e mai ritrovati. Anche la tovaglia dell’altare - tutta ad uncinetto e che era costata mesi di lavoro alle donne dell’isola - se la sono fregata prima che un impianto di allarme desse uno stop alla scelleratezza degli uomini.

Una chiesa con il campanile di fianco all’ingresso dove tutti abbiamo imparato a suonare le campane, bruciandoci le prime volte la pelle delle mani perché forse i ragazzi di oggi non sanno - come all’inizio non sapevamo neppure noi - che le funi delle campane non bisogna solo tirarle ma poi saperle lasciare andare al momento giusto perchè se stringi troppo i canapi ti trascinano su per aria anche per qualche metro con il loro contrappeso.
A parte il disastro dei furti in chiesa ci sono ancora dei dipinti ed affreschi importati e i banchi, lucidati e chiari come negli anni ’50 quando furono inaugurati. Deve essere stato formidabile in falegname che li costruì: per loro gli anni non passano mai e sembrano sempre nuovi, con le targhette delle famiglie che li hanno offerti.  Anche i dipinti dell’abside sono di pregio ed ovviamente intonati al lago: un Gesù aitante e autorevole che – stando in piedi su una barca in bilico tra i flutti vhe già solo questo è un miracolo - sulla volta di destra è dipinto mentre ferma la tempesta sul lago di Tiberiade, mentre a sinistra è riprodotta la pesca miracolosa, un affresco che chissà quante volte i pescatori dell’isola hanno ricordato - e invocato - mentre tiravano su reti desolatamente vuote pensando  a come sarebbe stato comodo - come quella volta per la ditta di Simon Pietro - approfittare di uno che in un attimo ti inventa un miracolo.
Quando passo di lì non manco mai di fare una visita e non solo perchè un saluto al Grande Capo è sempre doveroso, ma perchè - soprattutto d’inverno quando in chiesa non c’è mai nessuno - tra quelle volte sembra risuonare ancora la voce del Battista, il Pierbattista Buffoni che sapeva cantare così bene, forte ed intonato. Forse avrebbe dovuto studiare canto, il Battista, ma la vita l’aveva fatto pescatore è così ha vissuto fino ai suoi ultimi giorni. Appena posso adesso vado a pesca con suo figlio Stefano, che ama il lago come me e quando siamo in barca durante la notte - tra una rete da sgarbugliare e un segnale da “far su” - è sempre un ricordare queste cose tanto che  forse questo libro è nato proprio da un'idea condivisa sulla sua barca.
Ma se la chiesa è in fondo simile a tante altre delle nostre parti, è il cimitero che all’isola è proprio diverso. Come silenzioso e raccolto è questo pezzo di terra ed evitato - per fortuna - dal flusso incessante e dalla calca dei turisti che fotografo le stradine e poi scivolano via tra una paninoteca e un trancio di pizza senza neppure notarlo. E' nascosto dietro un muro ed ha un cancello discreto, quindi la gente passa via veloce senza badare  come per tante cose della vita che si vedono ma non si guardano
Ma voi che passate per caso, d’altronde, come potete sapere la storia del Lamberti che conosceva il lago in ogni suo angolo più nascosto o del Battista Maggioni, un fine cultore musicale che per tanti anni - lasciata Milano - si era ritirato all’Isola e ogni giorno (e ogni notte) passeggiava avanti e indietro sul lungolago con gli occhiali spessi da miope ma sicuramente riascoltando e rivivendo melodie ormai lontane, in attesa del puntuale appuntamento di settembre con le Settimane Musicali di Stresa ?
Ricordo quando morì la sua mamma, la zia Gemma - mamma anche dell’Ignazio che ha girato cento volte il mondo - perché ero un bambino, in quel tempo vivevo all’Isola e pensare alla morte mi sembrava una cosa così strana.
Ricordo in quei giorni la zia Virginia che l’accudiva e che abitava in una soffitta sempre profumata di lavanda. Quella zia Virginia è stata l’ultima Zacchera nata ancora alla fine dell’800 e - mentre la tomba della zia Gemma da tempo non c’è più - quella di zia Virginia è invece la prima che si incontra entrando al cimitero, subito a destra: non l’hanno tolta forse perché è una lapide piccola piccola e non disturba nessuno.
La zia Virginia è stata anche la prima che, a spalla,  ho portato anch’io per le strade dell’isola al cimitero, quando nel 1988 ci fu quella circostanza così strana con ben tre morti nel giro di una settimana su circa cento isolani allora residenti. Non pesava niente quella cassa e anche il legno mi sembrava avere profumo di lavanda.
Nel 1990 qui è approdato mio padre: il pomeriggio di fine inverno era tiepido, dopo la pioggia i nuvolosi risalivano il Mottarone ed all’ultimo momento è apparso anche il sole, quasi una promessa di primavera ormai vicina .
Ero contento perché quel funerale si era svolto come aveva chiesto lui: all’Isola, con i suoi amici intorno e - nella cassa - i suoi ricordi più cari: la piastrina del campo di prigionia in Germania, la bustina da ufficiale di marina sommergibilista e la bandiera. La “sua” bandiera, il tricolore con lo stemma del Re e che fino al 1946 era stata quella della Cooperativa dei pescatori e che lui - allora segretario - aveva custodito per tanti anni in un angolo del cassetto del suo studio.
Come una volta la barca ha fatto il giro dell'isola a remi, lentamente, poi la bara è stata poprtata su per il vicolo fino alla chiesa e dopo la benedizione di qui solo pochi metri, fino al camposanto.
Undici anni dopo anche mia mamma è venuto a trovarlo per sempre e - uno alla volta – quasi tutti quelli della sua generazione hanno fatto lo stesso completando ormai per intero il secondo giro di croci da quando ero bambino: il prossimo è il vostro,  sembrano dirci, quindi è inutile fare i furbi: siamo avvisati.

 
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