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TAIWAN, L'ALTRA CINA

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TAIWAN, 18 ottobre 2008


TAIWAN, L' ALTRA CINA

Forse la fine della "Lunga Marcia" - quella lunga serie di battaglie che porto' Mao Tse Dong a vincere la rivoluzione cinese alla fine degli anni '40 costringendo le truppe del generale Ciang Kai Shek a rifugiarsi sull'isola di Formosa, oggi Taiwan, dove formalmente ha continuato fino ad oggi a vivere la Repubblica di Cina - e' davvero finita il 4 luglio di quest'anno.
Proprio quel giorno infatti, dopo mezzo secolo di tensioni, le due parti hanno ufficialmente dato il via ai primi collegamenti aerei diretti e da allora gia' migliaia di taiwanesi sono andati a Shangai e nelle altre citta' cinesi ufficialmente "per trovare i parenti" e qualche decina di cinesi continentali sono approdati nell'isola.
Prove di dialogo ufficiali dopo tanti anni di contatti sotterranei che avevano visto il business trionfare (buona parte degli investimenti in Cina erano e solo finanziati da aziende di Taiwan), ma con la politica a frenare tra consolidati pregiudizi e molte riserve.
Da una parte la grande Cina Popolare che accusa dal 1950 il governo di Taipei di inaccettabile secessione, dall'altra l'accorata e documentata denuncia del non rispetto dei diritti umani, della sopraffazione, del non concedere la liberta' ad una ex provincia cinese di governarsi da se'.
Il balletto del riconoscimento internazionale: fin agli anni '70 era Taiwan la "legittima Cina" accreditata all'Onu, addirittura membro del Consiglio di Sicurezza, venne poi la mutata politica USA e la potenza degli affari che hanno portato al riconoscimento di Pechino, tanto che solo una manciata di staterelli (e il Vaticano) riconoscono oggi Formosa come "legittima successione" della Repubblica di Cina fondata nel 1912 dal padre della Cina moderna, il medico Sun Yat Sen. Le due parti per qualche anno si sono prima sparacchiate a vicenda con sempre meno convinzione per difendere la formale supremazia su qualche isolotto nel canale del Mare Cinese meridionale. Poi hanno cominciato a parlarsi (ma tenendo sempre le batterie di missili cinesi puntati su Taiwan e gli altri con la flotta USA a presidiare il Mar Giallo) ed infine hanno cominciato a collaborare. Solo l'1,5% dei taiwanesi oggi vorrebbe ricongiungersi a Pechino - che pur offrirebbe grandi autonomie, modello Hong Kong - gli altri vogliono stare per conto loro, ma per l'85% "il futuro si vedra'" e nessuno pensa a formalizzare lo status quo in una secessione formale che e' nei fatti, ma non nelle parole.
Intanto Taiwan e' diventata l'altra faccia della Cina, quella "buona" e sicuramente a misura umana: 23 milioni di abitanti contro 1,3 miliardi di persone su un'isola grande come la Lombardia, ma con una democrazia compiuta, servizi efficenti, un PIL da nazione occidentale, un territorio dove si corre tra alta velocita' ferroviaria e palazzi di vetrocemento. A Taipei (la capitale, 3 milioni di abitanti) un traffico intenso ma non caotico dominato dalla recente, grande torre '101" dichiarata la piu' alta del mondo (ma negli Emirati Arabi la stanno gia' superando) tanto che a buon conto i proprietari del grattacielo - dove i vetri sono di produzione  italiana - hanno depositato il guiness dell'ascensore piu' veloce: 44 secondi per fare, appunto, tutti i 101 piani, ma la frenata e' cosi' progressiva che non ti resta neppure il cuore in gola.
Taiwan "e' avanti" cercando di sposare modernita' ed efficienza, servizi e rispetto fanatico per l'ambiente. Perfino lo sviluppo (5,7 % l'anno) non e' innaturale come a Pechino, ma anche perche' qui - ti spiegano - si parte da basi ben piu' alte, non dalla poverta'.
L'impressione e' di una nazione davvero d'avanguardia e ricordo lo fosse gia' vent'anni fa quando venni qui la prima volta. Allora mi colpi' un "World Trade Center" organizzatissimo e dove - se volevi conoscere l'azienda che produceva uno specifico tipo di bullone - schiacciavi un pulsante e ti venivano a prendere in limousine per portarti a visitare la  fabbrica, oggi Taiwan e' la patria della tecnologia di altissima qualita', dei microprocessori, dei parchi tecnologici piu' avanzati. Una nazione disciplinata dove invano cercherete una carta buttata per terra in stazioni e strade pulitissime e edove pochissimi fumano.
Ma tutto - appunto - e' volutamente ancora "a misura d'uomo " perche' non ci sono i grandi numeri "cinesi" e soprattutto conta anche la qualita' della cucina, il controllo dell'inquinamento ambientale, il silenzio delle montagne, lo splendido museo di Taipei dove gli anticomunisti del "generalissmo" Ciang - fuggendo - "trasferirono" nel 1949 le cose piu' preziose della "Citta' Proibita" di Pechino.
Scontato l'affetto da tutti portato per l'Italia (poco ricambiato, e soprattutto poco conosciuto, visto che ufficialmente non ci puo' essere una ambasciata ma solo un Ufficio di promozione culturale e un altro dell' ICE). L'Italia e' comunque il quinto partner commerciale europeo ed e' tuttora la nazione piu' amata dai turisti taiwanesi all'estero (400.000 visite l'anno) tanto che c'e' da chiedersi perche' mai nel nostro paese non si possa ricreare un po' di mentalita' locale per superare la crisi economica .
Una strada potrebbero essere i parchi tecnologici posti ai margini delle citta' dove servizi efficienti fanno da naturali collettori per sedi industriali e laboratori d'avanguardia, dove la gente non usa l'auto ma la monorotaia sopraelevata per venire in ufficio, oppure l'organizzazione dei porti come a Kaohsiung, da dove i containers "Evergreen" sono partiti per la conquista dei mari del mondo.
Ma il vero motore di Taiwan e' stato anche il profondo rinnovamento dello stato, in una costante crescita democratica ormai da 50 anni. Ora, dopo otto anni di governo, il DPP (partito popolare democratico, il partito "verde") che aveva impostato una politica ufficialmente di chiusura a Pechino e' stato soppiantato dal rinnovato Kuomintang, (il vecchio partito "azzurro", quello nazionalista di Ciang Kai Shek) che pero' oggi - impersonato dal giovane presidente Ma Ying Jeouf - ha vinto le elezioni con il 75% dei seggi e riaperto la strada verso la Cina continentale. Ci sono stati anche gravi fenomeni di corruzione che hanno portato al cambiamento, ma soprattutto la voglia di normalizzazione con i potenti vicini continentali. A Taiwan ci si lamenta di troppa burocrazia?   Miracolo: con l'ultima riforma costituzionale, votata per referendum, il parlamento si e' auto-dimezzato passando da 250 a 113 seggi e se visto di fuori lo Youang (il parlamento) sembra piccolo piccolo rispetto ai grattacieli di Taipei, dentro e' il "top" dell'informatica, con ministri e deputati che possono leggersi i discorsi in diretta sugli schermi televisivi e - in un riquadro - essere informati in tempo reale sugli andamenti delle borse e le ultime news internazionali.
Taiwan ha diversificato, delocalizzato, investito in tutto il Sud Est asiatico ma in patria ha tenuto il "core-business" ovvero i cervelli, con il 27% degli abitanti di Taipei oltre i 25 anni che hanno frequentato l'universita', il 95% dell'aerea urbana cablata automaticamente (e gratuitamente) con wireless ed internet.
E' insomma il futuro, ma anche un futuro di liberta': tutti i culti e le religioni sono libere ed ammesse, la criminalita' e' a livello bassissimo (aiutano le mille telecamere che controllano le strade?), la speranza di vita alla nascita tra le piu' alte del pianeta, una moneta solida anche se la borsa sbanda inseguendo quella di Tokyo.
Taiwan e' pero' anche efficenza, volonta', impegno sociale, una carriera pubblica e privata dove e' privilegiato il riconoscimento dei meriti e che da questo punto di vista ha molto da insegnarci soprattuto nei tempi di realizzazione delle opere pubbliche. Lo e' insomma nella "mission" di un paese che e' senza materie prime, ma che e' andato a ritagliarsi uno spazio importante - come fece l'Italia del dopoguerra - nel settore manifatturiero, poi nel terziario ed ora nei servizi. Solo che poi noi ci siamo fermati, loro hanno continuato a correre anno dopo anno sorretti da una mentalita' ed una disciplina tutta cinese. Un popolo che oggi vive usando computer e palmari, dove quasi tutti sanno parlare l'inglese, e se nessuno getta una carta per terra tutti fanno disciplinatamente la fila attendo il proprio turno.
Taiwan e' passata dal produrre proedotti di bassa alla piu' alta tecnologia, un paese dove i prodotti falsi sono (o dovrebbero) essere distrutti, dove la competizione con la Cina continentale e' nei fatti in un profondo rapporto di amore-odio con la madrepatria. Dev'essere un sentimento ricambiato anche a Pechino, visto che quando e' sfilata la sua squadra olimpica (machiavellicamente intitolata " Taipei di Cina ", per non scontentare gli ospiti, ma contemporaneamente riaffermare il proprio "status" di nazione indipendente) dallo stadio si e' levato un interminabile applauso. Di medaglie a Pechino Taiwan ne ha vinte solo quattro e per giunta di bronzo, soprattutto con la squadra di arti marziali, ma e' il principio che conta. Intanto, per rispondere a Pechino e riaffermare la "competition", gia' l'anno prossimo a Kaoshiung si svolgeranno i "Giochi mondiali" con tutte le specialita' non ufficialmente olimpiche - dallo sci nautico al bowling al parapendio di precisione - e mentre sta per essere terminato uno dei piu' intriganti stadi del mondo (con infrastrutture ultramoderne, tribune a forma di serpente e sul tetto decine di migliaia di pannelli solari) - ti sottolineano, con una precisione tutta asiatica, che ad oggi ci sono gia' iscritti anche 133 italiani.

Marco Zacchera


 
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